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12 avril 2017 3 12 /04 /avril /2017 17:15
Beppe Scienza: Si chiama “decumulo”, però in realtà si accumulano solo costi, spese e penali

Si chiama “decumulo”, però in realtà si accumulano solo costi, spese e penali

3 Aprile 2017 :: Beppe Scienza :: Alla larga dal Risparmio Gestito

Articolo sul Fatto Quotidiano del 3-4-2017 a pag. 22

Il Devoto-Oli non lo riporta; e neppure altri dizionari della lingua italiana più recenti. Cosa mai è il decumulo, che anche il programma di scrittura insiste a segnalarmi come errore? È una delle ultime invenzioni per prendere in giro i risparmiatori. Il vocabolo appare infatti nei regolamenti di alcuni prodotti finanziari, come BG Stile Libero di Banca Generali, e designa un flusso periodico di soldi proposto a chi ingenuamente vi investe quanto ha da parte. Può essere addirittura un 5% annuo. Inevitabile che invogli a pensare che si tratti del reddito della somma versata, rigirato all’investitore, così come le cedole di un’obbligazione sono gli interessi pagati al sottoscrittore.

L’ingannevole neologismo induce a crederlo: interessi, dividendi ecc. si accumulano nel fondo e una parte viene tolta dal cumulo. Ma non è così, perché quel 5 o altra percentuale è del tutto slegato dalla performance dell’investimento, che può esser nulla, negativa e anche catastrofica. Nei quali casi viene intaccato il capitale, magari già decurtato da pesanti perdite.

Ancor più subdolo è il prodotto di una società di Unicredit e Allianz e cioè Life Income 360. Leggiamo infatti che “il contratto prevede la corresponsione di importi periodici […] commisurati ai proventi che il fondo interno Creditras Income 360 si propone di ottenere nel tempo”. L’espressione “commisurati ai proventi” richiama alla mente che vi sia un legame con quanto renderà il fondo. Invece quanto si riceve è totalmente slegato da quanto renderà (o srenderà, ovvero perderà) il fondo. Quel 3,6% è quanto “si propone di ottenere” e se non l’otterrà, ciccia! Peggio per quei poveracci che si sono lasciati convincere a mettere i loro risparmi in roba simile. Anzi, si può scommettere che otterrà ben meno. Ai risparmi ingenuamente impiegati in tal modo di regola vengono infatti sottratti dall’emittente subito un 1,5% e poi l’1,75% l’anno, inoltre fino a un altro 2,5% dai fondi comuni dove vengono riversati (il solito subappalto di gestione della previdenza integrativa). Se poi uno ha bisogno di quel capitale dopo qualche mese, esso viene alleggerito di un bel 3,8%.

Ecco cosa si accumula: non i proventi, non gli interessi, non i rendimenti. Bensì i costi, le spese, le commissioni, le provvigioni e le penali. Per cui la conclusione è sempre la stessa: evitare tutti i prodotti finanziario-assicurativi attualmente proposti, senza perdere tempo a leggerne i regolamenti. Abbiamo capito l’antifona.

Beppe Scienza

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8 mars 2016 2 08 /03 /mars /2016 14:16

Tenetevi i titoli di Stato, anche se la vostra banca ve lo sconsiglia

7 Marzo 2016 :: Beppe Scienzaprudenza.jpg

il Fatto Quotidiano del 7-3-2016 a pag. 22

Banche e compagnie telefoniche fanno a gara nell'escogitarne sempre una nuova per turlupinare i clienti. Ma le trovate peggiori dei gestori di telefonia sono spesso riprese e criticate dalla stampa. Quelle delle banche invece no.

In particolare nessuno ha denunciato una strategia applicata da mesi dalle banche italiane a danno di quanti continuano a investire direttamente in titoli di Stato o obbligazioni. Cioè di quei risparmiatori testardi, non ancora ingabbiati nel risparmio gestito (fondi comuni o trappole previdenziali quali polizze, fondi pensione ecc.). Questa è la volta buona per accalappiarli.

A monte c'è un fenomeno che senza esagerare si può definire storico. In Europa e in particolare in Eurolandia i tassi d'interesse sono scesi a livelli bassissimi mai visti in Occidente, per i titoli più sicuri addirittura sotto zero. Ciò ha fatto impennare la stragrande maggiorana delle quotazioni del reddito fisso. Come casi limiti potremmo citare i Btp 9% 2023 o i Btp 7,25% 2026, magari comprati o sottoscritti a 100, che ora valgono più di 150.

Cosa fanno allora gli addetti agli investimenti delle banche? Convocano l'interessato e gli spiegano che gli conviene monetizzare quei titoli "perché ci guadagna", il che secondo una convinzione diffusa ma infondata sarebbe un valido motivo per vendere. E cosa farà poi il malcapitato coi soldi che ricava? Il sedicente consulente, in realtà un mero venditore, gli spiega che i Btp ora non fruttano quasi nulla, mentre quello o quell'altro fondo rendono per esempio il 4%. E quindi gli conviene mettere i soldi lì.

Merita chiarire dove è l'inganno e perché molte volte funziona. La prima parte del discorso è vera: per i titoli di Stato i rendimenti attesi sono bassissimi. È invece una menzogna affermare che un certo fondo o gestione obbligazionaria "rende il 4%" o altra percentuale. Al massimo si tratta di una sua performance passata, mentre per il futuro quella da attendersi è spesso negativa, alla luce dei tassi di mercato, delle spese previste e della storia pregressa di figure barbine. Non dimentichiamo poi i rischi di malversazioni, facili grazie alla mancanza di trasparenza. Per cui meglio tenersi i titoli sino al rimborso; oppure anche venderli, ma solo per comprarne altri più brevi o per tenere il ricavato sul conto, se non decisamente in banconote in cassetta di sicurezza. Evitare però in ogni caso di perdere il controllo dei propri risparmi, affidandoli ad altri.

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12 juin 2015 5 12 /06 /juin /2015 09:51

ROYAL MONACO N°24 SPOT

No Cash Day. Tutti in coda alla lobby bancaria
No Cash Day. Tutti in coda alla lobby bancaria

~~di Beppe SCIENZA

da Il Fatto Quotidiano

I nemici del contante sono tornati alla carica col quinto No Cash Day (l'italiano è vietato!). Per capire chi meni la danza, basta vedere come inizia l'elenco dei promotori, ovvero con l'associazione delle banche italiane (Abi). Seguono poi ditte che guadagnano sui pagamenti elettronici e, nel mucchio, una delle tante sigle a difesa dei consumatori, che in Italia ostentano senza pudore fitte collaborazioni con banche e assicurazioni. Né poteva mancare la presenza di parlamentari del PD, attivo patrocinatore degli interessi delle banche (e precisamente di Marina Sereni e Sergio Boccadutri). Ovviamente non c'è nulla di male che le città italiane offrano ai cittadini sistemi di pagamento elettronici, tema del convegno dell'8 giugno. Peccato che l'iniziativa s'inserisca in un disegno ben più ampio, ovvero la tanto strombazzata guerra al contante. Anzi, scusate, war on cash. E qui si apre una voragine di disinformazione, frottole e luoghi comuni infondati. Per smontare i più subdoli ricorrerò a una fonte ben più autorevole di me, cioè la banca centrale tedesca; e in particolare a suoi massimi esponenti, quali Jens Weidmann e Carl-Ludwig Thiele. Per cominciare è falso che l'ampio utilizzo dei contanti sia confinato a paesi come l'Italia o la Grecia: i dati più recenti attestano per la Germania un 80% dei pagamenti in contanti. Ciò confuta la tesi ripresa anche da LaVoce.info che "nei paesi europei in cui si maneggia più contante l’incidenza dell’economia sommersa è più elevata". Risibile poi il richiamo ai batteri e virus veicolati dalle banconote, perché lo stesso varrebbe per le tastiere di pos, bancomat ecc. Sui costi dell'uso del contante infine vengono diffuse cifre iperboliche, quali 50 miliardi l'anno per l'eurozona, sulla base di valutazioni di cui la Bundesbank confuta ogni valore scientifico, oltre a sottolinearne la tendenziosità. In realtà lo spingere gli italiani a rinunciare all'uso dei contanti obbedisce solo agli interessi delle banche e dei gestori dei circuiti di pagamento elettronici. Infatti, come osserva Weidman, governatore della Bundesbank, "il denaro contante è un ovvio compagno della vita quotidiana, una delle poche cose che praticamente tutti pressoché sempre hanno con sé". Alla faccia del No Cash Day, un'assurdità impensabile in Germania.

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26 février 2015 4 26 /02 /février /2015 08:30
Tassi: Il concetto di repressione finanziaria

Il segreto della repressione finanziaria

di Beppe Scienza

Sarà la barriera linguistica, sarà la superficialità degli italiani. Fatto sta che in Germania il concetto di repressione finanziaria è costantemente presente sugli organi d'informazione. A sud delle Alpi è invece praticamente sconosciuto, benché la situazione sia analoga.

L'espressione fu introdotta a Stanford nel 1973 dagli economisti Ronald McKinnon ed Edward Shaw, finendo nel dimenticatoio dopo gli choc petroliferi. Essa designa leggi, provvedimenti monetari, blocchi al movimento dei capitali ecc. finalizzati a comprimere i tassi di interesse. Allora l'obiettivo era tenerli sotto all'inflazione. Per l'Italia si veda per esempio il 1976 coi Bot al 9%, il costo della vita salito del 21,8% e una conseguente perdita di potere d'acquisto del 10,5%. Insomma, allora eravamo più repressi di adesso.

Oggigiorno la situazione è meno grave, perché i rendimenti del reddito fisso sono spesso irrisori, ma almeno per ora l'inflazione non morde. È vero che alcuni studiosi dissentono, ma come non considerare repressione finanziaria la politica di varie banche centrali e in particolare di quella europea (Bce)? Tengono bassissimo il costo del denaro, arrivando addirittura a tassi negativi sui depositi.

A parte l'anticipazione del Giappone da fine anni '90, ci troviamo di fronte a una novità assoluta nella storia. A Babilonia si prestava il frumento al 20% annuo. I tassi erano alti in Grecia e Roma antiche o nei liberi comuni. Neppure nei periodi di deflazione dell'Ottocento e Novecento, i tassi nominali erano bassi come ora (vedi "Storia dei tassi d'interesse" di S. Homer e R. Sylla). Comprensibile quindi che molti si lamentino che i risparmi non rendono quasi più nulla.

Come accennato, in Germania l'argomento è caldo, complici anche i rendimenti ancora più bassi sui titoli pubblici. Ma soprattutto la stampa tedesca denuncia che uno scenario di rendimenti vicini allo zero è la pietra tombale per la previdenza integrativa. Anche di ciò nessuna eco in Italia, dove economisti, sedicenti consulenti finanziari e associazioni di consumatori continuano imperterriti a promuovere fondi pensione, polizze e simili.

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5 février 2015 4 05 /02 /février /2015 08:12
Beppe Scienza

Beppe Scienza

Merkel. Certi sconti non sono mai volontari

ROYAL MONACO ECONOMIA

Merkel. Certi sconti non sono mai volontari

4 Febbraio 2015 :: Beppe Scienza :: Attualità

il Fatto Quotidiano 4-2-2015, p. 14

Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. Forse è colpa dei troppi soggiorni in Italia, se anche Angela Merkel ha incominciato a raccontare frottole, come i politici locali fanno impunemente da decenni. Vedi le sue recenti affermazioni sulla crisi greca all'Hamburger Abendblatt, riprese dalla stampa italiana: "C'è già stata una rinuncia volontaria dei creditori privati; alla Grecia le banche hanno già abbuonato miliardi".

Peccato che non sia vero. L'hanno provato sulla loro pelle i risparmiatori italiani ma anche tedeschi che, contro la loro volontà, nel 2012 si sono ritrovati con circa 25 euro ogni 100 che avevano di titoli di Stato greci. Per giunta senza la minima tutela per i piccoli risparmiatori, come avvenuto invece per Argentina, Parmalat o Alitalia.

Si potrebbe al massimo sostenere la volontarietà dell'abbuono da parte delle banche. Ma è una tesi tirata per i capelli, date le pressioni che subirono. Proprio un conterraneo della cancelliera tedesca, cioè il capo della Commerzbank Martin Blessing, dichiarò: "È volontario, com'era volontaria la confessione nell'inquisizione spagnola" (vedi Der Spiegel, n. 9/27.2.2012 p. 61).

La frase della Merkel si inserisce in un'ampia campagna negazionistica, che mira a nascondere che la Grecia è fallita, onde far rifulgere più radiosi i meriti dell'Europa nel gestirne la crisi. La verità è che tre anni fa la Repubblica Ellenica ha fatto default, come suol dirsi in ambito finanziario. Tant'è che chi era assicurato contro tale evento ha incassato quanto previsto dai cosiddetti Cds (Credit default swap).

È stata però un'insolvenza parziale. Alcuni sono ne stati colpiti, altri no. Fossimo in ambito privato si parlerebbe addirittura di bancarotta preferenziale. Ci hanno rimesso i risparmiatori, i fondi, le banche ecc., ma non la Banca centrale europea (Bce), perché i titoli che aveva in pancia sono stati preservati dal crac.

Viceversa ora sono proprio quei titoli, che secondo il nuovo governo greco dovrebbero subire un taglio (un haircut, si usa dire). Non quelli in mano ai privati, che infatti sono un po' scesi, ma non precipitati. Da qui a consigliarli, il passo è lungo. Appare però meno azzardato comprare la Grecia che il Venezuela.

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6 septembre 2014 6 06 /09 /septembre /2014 09:42

Deflazione. Non dimentichiamo i dati del 2009

di Beppe Scienza- Università di Torino

Si legge che il Paese sta invecchiando. Dev'esserci del vero, perché ricordare bene le cose remote, ma non quelle recenti, è tipico degli anziani.

Così si è letto dappertutto, a partire dall'Ansa, che bisogna risalire di oltre mezzo secolo e precisamente al 1959, per trovare in Italia inflazione negativa come nello scorso mese di agosto (-0,1%). In realtà basta risalire al luglio 2009, quando fu ugualmente del meno 0,1% e vicinissima a zero anche i mesi seguenti: +0,2%, +0,1% ecc.

Fuori luogo quindi i riferimenti al boom economico. L'inflazione negativa o bassissima del 2009 era uno dei prodotti malsani della crisi finanziario-economica scatenata dal crac della Lehman Brothers, da cui quella attuale non appare del tutto scollegata.
Prevedere il futuro è difficile, ricordare il passato doveroso.

P. S.: Le variazioni mensili dell'inflazione sono liberamente scaricabili dall'archivio dell'Istat.

ABRACADABRA:LA BACCHETTA MAGICA DEL TAGLIADEBITO

di Beppe Scienza

C'è chi è convinto di aver la bacchetta magica. Solo così si può pensare di abbattere in modo indolore la montagna del debito pubblico italiano. Da circa tre anni circolano progetti fantasiosi, tutti inutili perché irrealizzabili. In questo gioco a spararla grossa s'è inserito ultimamente anche un finanziere vicino al presidente del consiglio.

La favola inizia nel 2011 con una proposta di Andrea Monorchio, e Guido Salerno Aletta, rispettivamente già ragioniere generale dello Stato e segretario generale di Palazzo Chigi. Le famiglie italiane avrebbero dovuto ipotecare le loro case per il 10% del loro valore, coi soldi ottenuti sottoscrivere 450 miliardi di euro di titoli pubblici all'1,5%, poi lo Stato avrebbe cartolarizzato tali mutui e così fantasticando. Un'idea strampalata, logicamente presto abbandonata.

Venne però sostituita da un'altra, meno arzigogolata ma altrettanto irrealizzabile. Poiché siamo nel campo dei prodigi, serviva una parola magica: al posto di abracadabra questa volta abbiamo il Tagliadebito. La soluzione, declinata in varie forme per altro simili, consiste nel mettere in una qualche scatola finanziaria immobili, società ecc. dello Stato e poi venderla subito, incassando centinaia di miliardi di euro.

Anche per capire come ragionano gli amici-consiglieri di Matteo Renzi, vediamo in particolare la proposta del 15 luglio scorso di Marco Carrai, quale "presidente Cambridge Management Consulting Labs". Orbene, si costituisce una cosa denominata Fondo Patrimonio Italia, mettendovi "gli asset morti dello Stato per estrarvi valore", prelevati da "l'immenso patrimonio immobiliare pubblico". Se ne piazzano poi le quote "a investitori istituzionali, fondi sovrani e al c.d. Bot-People" e ciò "permetterebbe di abbattere di circa 2-300 miliardi il debito pubblico dello Stato".

Peccato che i risparmiatori non così siano fessi, reduci dai disastri dei fondi immobiliari. Ma soprattutto in un tale contenitore finirebbe quanto c'è di più invendibile, non gli immobili di valore, monetizzati prima senza un tale marchingegno.

Però Carrai va anche oltre. A conclusione della sua proposta spiega infatti che "la differenza fra svendere e valorizzare sta in tre parole: efficienza, fantasia e volontà". Finalmente sappiamo come superare ogni difficoltà!

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