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17 avril 2013 3 17 /04 /avril /2013 05:08

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MILENA

MILANI

ANDROID

 

L’AZZURRO DI ANDROID (V puntata)                                                                                                                      

Il colore azzurro, compatto, definito è quello di ANDROID. Non c’è una tinta più squisita. Se mi metto a fissare la sua intensità, la sua stesura, a Monte-Carlo come ad Albisola, ecco che scatta qualcosa di inconsueto, di strano ma anche di piacevole che mi coinvolge totalmente. ANDROID, quindi, è un evento che non mi lascia mai. L’azzurro non interessa che sia del mare o del cielo, rifuggo dal caldo esagerato, dal sole che picchia forte, pesante e opprimente. Ho necessità di fresco, di riposo, di silenzio, di calma assoluta. ANDROID è il mio sogno segreto, accanto ai movimenti impercettibili dell’azzurro, che vibra di particelle quasi invisibili, le quali sfuggono ai controlli, alle necessità più impellenti.

FONTANA , MIO MAESTRO NELL’ARTE NELLA VITA

milaniA.jpgMilena Milani e Lucio Fontana


Sono felice di scrivere queste righe per MATTERA, su ANDROID,di avere trovato tale parola nel dizionario, che pronuncio spesso con vera dolcezza. Adesso il mio problema è un altro, quello di Lucio Fontana, mio maestro nell’arte e nella vita. Se vado indietro negli anni, incontro subito la sua figura, il suo aspetto ANDROID, tanto perfetto, con se stesso messo in ordine da Teresita, sua moglie, in tutto e per tutto.

Io lo vedevo come un monaco che dorme per terra, sul nudo pavimento, senza materasso, e senza cuscini o coperte, in quell’atelier di pochi metri quadrati, dove le sue gambe inquiete non avevamo la maniera di allungarsi, di riposarsi.

LO STUDIO DI POZZO GARITTA

C’era in quello studio la sua anima intrisa di solitudine ma anche di energia, dove non trovava pace. Tuttavia era fresco come una rosa, quasi avesse riposato per ore, creando altri capolavori, tagli e buchi, ormai noti  nell’universo intero. Che meraviglia una creatura così, attaccata a quattro pareti che faceva imbiancare a calce da Umberto Ghersi, suo maestro ceramista di fiducia per i lavori manuali. Tra di loro, a tale proposito, esiste un carteggio significativo: tu fai questo per me e io faccio quest’altro per te. Quindi adesso vorrei pubblicare in questa puntata di ANDROID una lettera autografa di Fontana a Ghersi. E le altre, magari in seguito perché sono molto significative.

 

I MOBILI NELL’ATELIER DI FONTANA

Erano stravecchi, c’era anche un grosso e pesante armadio scuro, ottocentesco, identico a quello che era di mio madre, che poi lo avrebbe lasciato (anzi buttato via). Forse il Maestro l’aveva trovato per strada e utilizzato, facendogli dare una mano di vernice. Fontana si illuminava in volto, di fronte a  quel pezzo di arredamento, perché adesso possedeva qualcosa di suo, e di amato. C’era ovviamente il piccolo servizio con il lavandino e il water per la toilette quotidiana, dove i due coniugi lavavano i loro indumenti, l’insalata, l frutta. Tutto era microscopico ma sempre risplendente, senza ombre.

IL TAPPETO DI FONTANA

Teresita teneva alla pulizia, le sembrava di essere ai primi tempi del loro amore, quando non entravano in banca proprio mai. Fontana detestava i conti correnti, le raccomandate, le informazioni. Per terra esisteva il cemento e sopra un logoro tappeto cubano, forse regalato da Lam (Picasso, per Fontana, non contava). Alle parete il vuoto assoluto, meno un taglio rosso su tela, acutissimo, improvvisato da lui, un capolavoro.

Io fantasticavo su quell’ANDROID di una forza espressiva incredibile e avrei voluto possederlo.

 

IL LAVORO DAI FRATELLI BORSANI

Guardavo l’asse di legno ben piallato, che Ghersi aveva lucidato, dove il Maestro (appoggiandola su due cavalletti), usava come supporto per la corrispondenza, i pensieri su ANDROID, i disegni, le tele bucate. Per il resto, lavorava dai due amici fraterni BORSANI, non firmava nemmeno la sua produzione (“tanto sono riconoscibile” diceva). Nello studio c’erano anche tre sedie spaiate, uno sgabello, uno specchietto da barba, e quel bianco candido che dava alla testa. Aveva regalato alcune sue opere a Ghersi ma Teresita, durissima e gelosa, non volle prenderle in forza. Affermava che ad Albisola, Milano e dintorni, c’erano troppi falsi in giro! Insomma, nemmeno io potei farle cambiare idea. Ghersi fu molto addolorato per questo avvenimento, non riusciva a capirne la ragione.

(5. continua)

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commentaires

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Il ya un chevauchement dans le monde ont le nom Android vraiment cool) Je pense que c'est encore un accident ridicule et appelé bord de linux programme - android!

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