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13 juin 2013 4 13 /06 /juin /2013 07:51

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Paolo Gila
Cosa misura l’economia

Che cosa misurano gli economisti quando osservano la realtà che li circonda? Come fanno le loro ricerche - e soprattutto - come costruiscono i dati e gli indicatori che poi diffondono al pubblico attraverso i libri, gli articoli scientifici, i giornali e le televisioni? Il nuovo libro di Paolo Gila, “Cosa misura l’economia”, pubblicato in versione e-book dalla casa editrice VandA e-Publishing, entra nel merito della complessa macchina scenica dei guru del denaro e della finanza che hanno elaborato gli indicatori di ricchezza e di povertà, del Pil e dell’inflazione, sino ai più recenti indicatori di felicità e di sostenibilità ambientale.  Gila può parlare con competenza di questi temi, non solo per la sua attività di giornalista e di saggista economico-finanziario, ma anche perché nel 2007 ha ideato e brevettato l’Indice Ifiit, il primo indice di fiducia sugli investimenti in innovazione tecnologica, accreditato presso diverse istituzioni e tuttora impiegato da operatori e ricercatori economici.

 

La nuova opera, dall’elevato valore divulgativo e critico, è meritevole di attenzione anche perché Gila – reduce dal successo editoriale di “Capitalesimo” pubblicato da Bollati Boringhieri - sa entrare nei meandri segreti della ricerca economica e ne porta alla luce i lati più complessi, contraddittori e anche paradossali.

 

Esemplare in questo senso il capitolo in cui si analizzano le procedure di calcolo dell’inflazione: il modo di misurare il costo della vita segue diversi modelli. In Europa è prevalso un sistema che si basa sugli studi illuministici di un esperto in statistica come Laspeyres, mentre negli Stati Uniti il calcolo viene eseguito con un altro metodo, quello elaborato nel secondo Novecento da Irving Fisher. Modelli diversi non possono che portare a risultati diversi e tra loro incompatibili, e questo è in aperta sfida al concetto di universalità della misura. Se davvero vogliamo rispettare la “scientificità” – a questo punto vera o presunta - dei metodi di calcolo, dobbiamo ripensarne e condividerne l’omogeneità strutturale.

 

Un altro capitolo interessante entra nel merito del Pil, il Prodotto Interno Lordo, che molti osservatori, anche politici e sociologi, vorrebbero sostituire con altri indicatori di benessere e di sviluppo.

 

Il modello e la cultura del Pil – ci ricorda Gila – si sviluppò con forza negli Stati Uniti all’epoca della Guerra Fredda. L’obiettivo dell’amministrazione americana era molto semplice: individuare e adottare misuratori economici che permettessero di comparare tra loro le forze economiche in campo. Usa e Urss, oltre che sulla carta geo-politica, conducevano una battaglia segreta a suon di strategie di politica economica: il Pil elaborato dall’economista Kuznet rispondeva perfettamente all’esigenza di calibrare bene le potenze duellanti dando numeri in grado di esprimere concetti e valori di forza politica e militare. In seguito il Pil è stato adottato da tutti i Paesi del mondo, anche se, a dire il vero, ognuno lo calcola a modo suo, come del resto è diverso il modo di calcolare il debito pubblico. Gli italiani considerano voce del debito anche la spesa regionale, che invece i tedeschi in parte escludono, rendendo di fatto scientificamente incompatibili le comparazioni dei risultati finali.

 

In un mondo dove avanza la globalizzazione e dove i mercati si unificano – questo il messaggio che lancia il testo di Gila - è urgente la necessità di individuare e condividere misuratori che siano accettati a livello internazionale, per evitare che l’inflazione e il Pil – come del resto accade oggi per numerosi altri indicatori – vengano calcolati in modo diverso in varie aree del pianeta, generando confusione ed errate valutazioni. Il problema è ancora più urgente se si considera che con internet e con le reti di comunicazione, con la moneta elettronica e con i sistemi di pagamento informatizzati, stiamo entrando nell’era digitale di Big Data, con un aumento vorticoso della massa dei dati e delle informazioni da trattare.

 

Con lo svolgimento di una serie di tappe molto interessanti, dove vengono analizzate e descritte le impalcature logiche e gli aneddoti che riguardano indicatori come la qualità, il benessere, lo sviluppo e la povertà, il libro di Gila si conclude con l’analisi delle nuove tendenze, che puntano sulla misura della felicità e della sostenibilità, considerate le più avanzate frontiere della ricerca economica. Per questa ragione vengono ben rappresentate le riflessioni di studiosi come Kahneman da una parte e Rees e Wackernagel dall’altra, che hanno dedicato i loro studi alle rispettive attività, felicità e sostenibilità, entrambe alla base delle discussioni attuali più avanzate.

 

Si possono misurare e calcolare la felicità dei paesi e la sostenibilità dei sistemi economici? Alcune scuole di pensiero rispondono di sì, altre – più o meno ortodosse – manifestano il loro aperto scetticismo. Ma il dado è tratto e la traiettoria delle nuove ricerche appare chiaramente definita. In un pianeta che cresce vertiginosamente a livello demografico e dove le ricchezze si stanno spostando da Occidente a Oriente, un indicatore sulla sostenibilità appare necessario e perseguibile. Per sapere quanto consumiamo rispetto a ciò che produciamo e soprattutto rispetto a ciò che ci resta, perché le risorse – come insegna l’economia – non sono infinite, ma scarse.

 

Paolo Gila, “Cosa misura l’economia”, VandA e-Publishing, Milano 2013

 


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