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31 octobre 2011 1 31 /10 /octobre /2011 06:52

 

Royal Monaco white

 

ROYAL MONACO RIVIERA WEB MAGAZINE

 

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Dibattito e riflessione.

Guardando in faccia

la morte attraverso

le immagini dei media.

I media non possono ormai più sottrarsi alla dittatura delle foto. Solo I lettori potrebbero imporre uno stop, non comperando nè guardando I media che contengono foto sgradite. Decretando il crollo momentaneo del media. Ma sappiamo che ciò non accade. Il cittadino ancora non usa lo strumento potente che in mano, quello di negare diritto di parola a chi ne fa un cattivo uso, sia televisivo che cartaceo. I giornalisti hanno sì delle regole deontologiche che riguardano le foto raccapriccianti, ma la soglia viene ampiamente superata da una nuova realtà in cui il raccapriccio è sempre più grande. L’assuefazione è stato uno dei gradi problemi di questi ultimi anni. Oggi forse sta arrivando la saturazione, la nausea? Servono nuove riflessioni, nuove regole adeguate alla nuova potenza della tecnologia. Oggi con Gheddafi sembra rinascere dalle ceneri una qualche forma di pietas che viene da lontano, una pietas introiettata in una infanzia morale dell’umanità, quasi incarnata nelle mente di chi guarda. Un pensiero che va oltre la cultura, oltre l’attenzione, oltre la specificità di chi commenta. Inattesa è arrivata la consapevolezza? Questo pubblico non vuole più vedere volti sfatti insaguinati e rotti come quello di Gheddafi. Quelle immagini hanno persino riportato alla luce della memoria il cappio al collo di Saddam, i soldati imprigionati nelle gabbie in Irak e poi decollati. . Per dare un contributo a questa riflessione abbiamo ripreso in mano due saggi di Susan Sontag, “Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” (Einaudi,‘73), uno dei testi basilari per chi studia la fotografia, e “Davanti al dolore degli altri” (Saggi Mondadori, 2003), pubblicato trent’annidopo, sempre sulla questione delle immagini…………….

di Paola Pastacaldi, giornalista e scrittrice

1. INTRODUZIONE.Le immagini sono nel mondo della comunicazione sempre più importanti. Possiamo dire, anzi, che lo sono nella nostra stessa vita sociale. Il nostro modo di pensare è plasmato dalle immagini che ci circondano quotidianamente, non solo attraverso I potentissimi media che sono la tv, i giornali, ma anche la pubblicità. Noi stessi ne siamo protagonisti e vittime. Le foto rappresentano per I giornalisti una notizia imprenscindibile, tanto da poterle chiamare una dittatura.

Perchè dittatura? Perchè, se nel mondo esiste una foto di qualunque fatto di cronaca, è inevitabile doverla pubblicare. In quanto notizia appunto, notizia che supera la parola in quanto credibilità. Per i media colpire l’audience – come ormai tutti sanno – è un imperativo e una necessità di sopravvivenza. Tutti vogliono poter “vedere” la notizia, poco conta leggerla. Basandosi su questo assioma rafforzato dalla diffusione di Internet, non c’è un giornale che possa facilmente dire no alla pubblicazione di una foto.  Si troverebbe fatalmente isolato. I media non possono ormai più sottrarsi alla dittatura delle foto.  Solo I lettori potrebbero imporre uno stop, non comperando nè guardando I media che contengono foto sgradite. Decretando il crollo momentaneo del media. Ma sappiamo che ciò non accade. Il cittadino ancora non usa lo strumento potente che in mano, quello di negare diritto di parola a chi ne fa un cattivo uso, sia televisivo che cartaceo.

Quello su cui varrebbe la pena di riflettere è il come pubblicare queste foto. Sul come pubblicare le foto non è stato ancora aperto in Italia un dibattito serio, professionale. In parole più semplici, I giornalisti non si sono confrontati, nè hanno pensato di creare nuove regole, di stendere riflessioni che possano orientare i professionisti della comunicazione nei casi più gravi, nel come pubblicare, nel numero di volte, nel taglio, con quali caratteri, in quale spazio in pagina, in quale ore in tv, in quali trasmissioni. I giornalisti hanno sì delle regole deontologiche che riguardano le foto raccapriccianti, ma la soglia viene ampiamente superata da una nuova realtà in cui il raccapriccio è sempre più grande.

L’orrore è sempre più osceno. E’ questo un aggettivo forte, ma mi sembra il più adatto a descrivere ciò che le foto oggi riescono a riprodurre. Le foto sono ormai riuscite a farci vedere la morte mentre avviene. L’impensabile, prima del dominio della tecnologia. E c’è una notevole differenza tra vedere la morte con I nostri soli occhi o vederla mediata da un terzo che guarda per noi. L’assuefazione è stato uno dei gradi problemi di questi ultimi anni. Oggi forse sta arrivando la saturazione, la nausea?

Servono nuove riflessioni, nuove regole adeguate alla nuova potenza della tecnologia.

Il resto del mondo che partecipa alla comunicazione, cioè gli stessi lettori, telespettatori e cittadini, non sono invece rimasti fermi a quando le immagini erano poche e meno oscene. Il loro sentimento è cresciuto, anche se inconsapevole e non detto. Quello che ho potuto notare oggi, rispetto a sei, sette anni fa è che il pubblico ha come superato una soglia invisibile di tolleranza. Il volto insaguinato di Gheddafi mandato in onda a tutte le ore e ingrandito a dismisura ha creato una reazione di intolleranza nel telespettatore più semplice, quello che solo cinque anni fa avremmo definito acritico.

Oggi l’aver superato la soglia invisibile della tolleranza all’orrore, ha creato il rifiuto, il fastidio, la negazione, la voglia di sottrarsi da parte dei telespettatori. Eppure in questi anni, da molti anni tante, tante foto dell’orrore sono sfilate sui nostri teleschermi, sono entrate nelle case, hanno esposto il dolore, la morte, la violenza degli uomini e della natura, senza dignità per chi era morto, senza paura di danneggiare chi era innocente e la morte non la poteva nemmeno immaginarla, come I bambini.

Il volto insanguinato di Gheddafi, la postura del suo corpo sgraziata per la violenza della morte hanno inorridito molti cittadini che prima non si occupavano delle immagini della tv, anche quando violente erano già. E nessuna efferatezza attribuita al soggetto ha giustificato l’esposizione della sua morte in quel modo.

E’ difficile valutare l’impatto di una pubblicazione, come sanno gli editori di libri, alle volte passa tutto inosservato, il libro anche più scandaloso non vende, alle volte un testo su cui nessuno avrebbe puntato un soldo, diventa un caso letterario, vende migliaia di copie.

Oggi con Gheddafi sembra rinascere dalle ceneri una qualche forma di pietas che viene da lontano, una pietas introiettata in una infanzia morale dell’umanità, quasi incarnata nelle mente di chi guarda. Un pensiero che va oltre la cultura, oltre l’attenzione, oltre la specificità di chi commenta. Inattesa è arrivata la consapevolezza? Questo pubblico non vuole più vedere volti sfatti insaguinati e rotti come quello di Gheddafi. Quelle immagini hanno persino riportato alla luce della memoria il cappio al collo di Saddam, i soldati imprigionati nelle gabbie in Irak e poi decollati.

Il cittadino ne ha avuto pietà? Forse semplicemente i cittadini, l’uomo qualunque dell’audience, si sono risvegliati e si sono ricordati del fatto che la morte ha diritto alla pietà della discrezione, perchè si sono ricordati degli anziani che hanno in casa e non desiderano pensare alla morte come uno strazio. Quando a ognuno di noi toccherà vedere la morte attraverso I genitori anziani, o peggio attraverso morti incidentali e violente, desideriamo poter contare sulla pietà. La pietà degli spettatori è una reazione squisitamente umana all’eccesso contro la dittatura dell’audience, contro la dittatura delle immagini. Gli editori e I giornalisti dovranno prima o poi tenerne conto.

2. ANALISI. Per dare un contributo a questa riflessione abbiamo ripreso in mano due saggi di Susan Sontag, “Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” (Einaudi,‘73), uno dei testi basilari per chi studia la fotografia, e “Davanti al dolore degli altri” (Saggi Mondadori, 2003), pubblicato trent’annidopo, sempre sulla questione delle immagini. Susan Sontag è stata saggista e autrice di romanzi epièce teatrali. Ha diretto film (ed è apparsa in “Zelig” di WoodyAllen); si definiva una zelota della serietà, cioè una guerriera, dipensiero  liberal. Autrice, tra gli altri, oltre al saggio “Malattia come metafora” (Einaudi ’77).  

Abbiamo pensato che poteva essere utile anche per il pubblico di lettori  rileggere il suo pensiero elaborato sulla fotografia, oltre che una occasione professionale per riflettere su cosasignifica per i giornalisti di quotidiani o di settimanali avere a chefare ogni giorno con la necessità di rappresentare una realtà violenta, che è sistematicamente mediata da scatti fotografici difotocronisti o artisti e dalle riprese degli operatori. Cosa significa infine dover quotidianamente scegliere tra mille immaginiquella “giusta” da inserire dentro giornali e televisioni, laddove laparola “giusta” assomma in sé due necessità apparentemente incontraddizione, che sono la riflessioni etica e quella commerciale deldover catturare più lettori e ancora più lettori di quelli che ha ilgiornale concorrente.

Abbiamo deciso di rileggere Susan Sontag consapevoli ormai del fattoche i mezzi tecnologici sono in grado di farci vedere in un tempo quasireale, o potremmo anche dire più reale del reale, una realtàassolutamente vera e insieme virtuale.

Perché diciamo più reale del reale? Ma perché noi veniamo aconoscenza di certe realtà delle quali abbiamo già avuto notiziaverbale o scritta in modo ripetitivo nelle diverse edizioni deitelegiornali e dei vari quotidiani esposti in edicola. Ci troviamoallora di fronte alla possibilità di vedere e rivedere gli avvenimentiveri ed esserne spettatori privilegiati, in quando li vediamo e lirivediamo rendendo ripetibile ciò che sarebbe, nella realtà,irripetibile. La realtà accade, ma non si ripete mai nello stesso modo.

Mai, grazie alle foto, ci siamo così avvicinati alla realtà nellasua versione più crudele, sia per causa degli uomini che per volontàdella natura, come è accaduto nello Sri Lanka. Foto alle quali,sappiamo, nessuno può sottrarsi, pur volendolo. La realtà dei media edelle immagini vive ovunque, per la strada e nelle case.

La fotografia digitale è così facile e alla portata di tutti darendere protagonisti anche i soggetti meno potenti nel processo diricostruzione che i  media fanno della realtà. Come è accaduto  inIrak, con le foto di Abu Ghraib e le violenze ai detenuti. MichaelIgnatieff, storico e direttore del Carr Center for Human Rights Policyad Harward, ha detto a proposito: “Ci si è dimenticati di una realtàche riguarda i soldati americani: hanno tutti macchine fotografichedigitali e accesso a Internet. La guerra al terrorismo è una guerramediatica. I terroristi che hanno decapitato il reporter del WallStreet Journal Daniel Pearl in Pakistan e quelli responsabili didecapitazioni di professionisti che hanno lavorato in Irak hannomostrato di avere una visione più acuta del potere delle immaginidigitali rispetto ai loro avversari americani”.

I terroristi hanno studiato comunicazione nelle migliori universitàdel mondo? E’, ovviamente, un pensiero provocatorio. Certo sono capacidi far giungere i loro proclami ovunque vi siano delle televisioni edei giornali. E dunque, pur essendo privi di mezzi e di retitelevisive, hanno trovato il modo di farsi conoscere, lo diciamo conuna certa amarezza.

La televisione introduce queste realtà nelle case senza il tempo avolte per le riflessioni, i giornali rincorrono la tv con foto semprepiù “reali” e vicine, straordinariamente vicine al reale nel suosvolgersi. Foto e giornali sono alla portata di tutti nelle edicole egratis, grazie alla free press distribuita nei metro e nelle stazioni.E per chi è povero, ci sono sempre i giornali gettati nei bidoni dellaspazzatura.  Le immagini della cronaca inseguono il cittadino dalmattino alla sera, da quando va a dormire a quando si alza. E’ quasiimpossibile dire oggi: “Quel fatto non l’ ho visto”.

In più va aggiunto che alcune di quelle immagini sono sovente lestesse in tutti i media del mondo.  La realtà viene rappresentatasempre più spesso con le stesse fotografie e queste immagini“raccontano” i fatti al mondo intero, offrendo al globo un'unicavisuale, una sola angolatura e, dunque, un unico pensiero.

Il cormorano morente per l’inquinamento da petrolio del mare delNord e la morte di Giuliani durante il G8, solo  due esempi fissati daimedia, pur distanti tra loro quanto a significato e a verità contenuta.Le immagini decidono la globalizzazione delle nostre letture, dunquedegli avvenimenti. E persino dei nostri sentimenti. Il mondo siglobalizza attraverso le immagini. Avremmo potuto immaginare o saperequanto accadeva dentro Abu Grahib? Certamente, ma vedere le sevizie inuna fotografia è stato altra cosa.

Abbiamo riletto, dunque, i saggi della Sontag. E insieme abbiamopensato di rivedere una parte di ciò che i quotidiani hanno pubblicatosugli avvenimenti di prima pagina nell’ultimo anno. Una carrellatasommaria che certo dimenticherà qualche immagine importante e ce nescusiamo, ma che non altera la riflessione.

Tra le foto più dure e recenti certo vi sono quelle legate al videodella giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, l’ennesimo video checi propone la minaccia di morte in diretta e la paura e l’ impotenza adesso connessa.

Le foto dei corpi ammassati sulle baie dello Sri Lanka, corpi digente  uccisa dalla furia delle onde. Pezzi di esseri umani che ad unocchio poco attento potevano sembrare solo rifiuti in una discarica.

Abbiamo rivisto la testa mozzata dell’americano ucciso per mano deiterroristi afgani, pubblicata dal quotidiano Il Foglio, un’immaginevera ma in bilico tra fantasia e realtà, come fosse il dipinto di un decollato seicentesco del Caravaggio.

Abbiamo rivisto le foto delle donne kamikaze cecene dell’ ottobre2002, uccise dal gas paralizzante. Reclinate sui braccioli, a boccaaperta, sembrava che la morte le avesse solo assopite.

I cadaveri della strage di Madrid dell’11 marzo e il voltopietrificato della giovane uccisa nell’attentato ai convogli deipendolari; si chiamava Isabel e aveva 32 anni e con la morte si èconquistata una macabra notorietà.

Abbiamo visto alcune, tra le tante foto, pubblicate dall’HeraldTribune sugli attentati in Israele. In una delle foto meno cruente,almeno nei suoi contenuti apparenti, si vede un gruppo di  ebrei che inuna strada di Gaza raccoglie il sangue di un attentato, chinosull’asfalto, la stella di Davide sul dorso e la papalina sulla testa.Sembrava pulire un pavimento macchiato nello svolgersi dellaquotidianità, era invece sangue delle vittime che un palestinese avevaprovocato, dirigendo il suo autobus su una folla.

Ma gli attentati si possono anche rappresentare in altro modo. Unascelta fotografica inusuale l’ha fatto il quotidiano inglese TheGuardian, mettendo in prima pagina la mano ingigantita di una vittimadi uno degli  attentati fatti a Gaza, bianca per la morte, con uncartellino al polso e un numero di identificazione. Il quotidianoinglese aveva deciso di raccontare l’orrore ingigantendo un particolaredel cadavere e dunque della morte, solo la mano di quella donna con leunghie dipinte; in un dettaglio era riassunta l’assurdità e la pietàper quella morte.

Abbiamo rivisto le vittime dell’11 settembre fotografate mentreprecipitavano nel vuoto, perché si erano gettate da una delle Torri.Così abbiamo rivisto la sequenza delle foto della morte del piccoloMohammed al-Durra, 12 anni, in quel di Gaza, ripreso mentre cercava diproteggersi dai colpi dei cecchini, in un angolo di muro, con il padreaccanto, poi sopravissuto.

Con questa immagine chiudiamo, lasciandone mille altre indietro, macerto a molti giornalisti torneranno alla mente e aiuteranno acomprendere le riflessioni della Sontag.

 “Le fotografie non possono creare una posizione morale, ma possonorafforzarla”, scriveva la Sontag nel suo saggio “Sulla Fotografia Realtà e immagine nella nostra società” del 1973.

“Le fotografie possono essere ricordate più velocemente delleimmagini in movimento…La televisione è un susseguirsi ininterrotto diimmagini, ognuna delle quali cancella quella che la precede…Immaginicome quella che nel 1972 comparve sulle prime pagine di quasi tutti iquotidiani del mondo – il bambino sud vietnamita che, irrorato dalnapalm americano, correva su una strada verso l’obiettivo, a bracciaaperte e urlando di dolore – contribuì probabilmente ad accrescerel’avversione dell’opinione pubblica alla guerra, più di cento ore diatrocità viste alla televisione”.

Ma quarant’anni dopo, l’affollamento delle foto fa sì che i media sitrovino costretti a pubblicare immagini  di cui non possono controllarela provenienza, cioè la fonte. I decollati in Irak e la loro prigioniacalvario, la grande gabbia allestita per Kenneth Bigley prima che fosseucciso. Cosa c’era di più falsamente orchestrato per i media di quellasua catena al collo e della sua figura rattrappita nella gabbia troppogrande?

La Sontag  nel 1973 aveva una visione critica sulla pubblicazionedelle foto di guerra: “Una cosa è soffrire, un’altra vivere con leemozioni fotografate della sofferenza, che non rafforzanonecessariamente la coscienza o la capacità di avere compassione”. Insintesi le immagini paralizzano, le immagini anestetizzano. Quando si èripetutamente esposti alle immagini, esse diventano meno reali. Anzi,le fotografie rappresentano una forma di consumismo estetico al qualetutti sono dediti. La conclusione era socratica. Oggi tutto esiste perfinire in una fotografia.

I giornalisti di oggi, possiamo aggiungere, sanno benissimo quantoquesto pensiero sia sommamente vero. Non esiste più nulla che non siafotografabile, giornalisticamente parlando. E, se non lo fosse, lamannaia del disinteresse cadrebbe su quel fatto o quella cosa, perquanto importanti ed eccezionali.  Potremmo dire con la Sontag che:“…avere una fotografia di Shakespeare sarebbe come avere un chiododella Vera Croce”. Dissacrante? No, oggi accade esattamente questo. Lafoto è la notizia. Come metafora è priva di sbavature, anzi rasental’ironia di quello stato di cose che nelle redazioni si chiamaossessione delle immagini, imperio dunque delle foto.

Eppure il contenuto etico delle fotografie è fragile, non semprecerto, anzi quasi mai. La fotografia ha una molteplicità disignificati. La  morte, l’orrore, a loro volta, sono  argomenti eterni,legati al mito, temi insomma che ci appartengono e che attraggono oltremisura qualunque essere umano. Anche i lettori e i telespettatori,dunque.

Susan Sontag nell’ultimo libro “Davanti al dolore degli altri”,mentre si avvicinava alla fine della sua vita, cambia radicalmenteopinione. Tra i due libri corre una distanza di oltre trent’anni. Econclude con una visione molto diversa da quella del ’73. “Lasciamociossessionare dalle immagini più atroci”, esorta nel capitolo ottavo dellibro, il penultimo. Perché mai? “Quelle immagini dicono: ecco ciò chegli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convintid’essere nel giusto - possono prestarsi a fare. Non dimentichiamolo”.

Due i punti interessanti delle sue conclusioni. Il primo. Ma ilricordare è sempre un atto etico? Il filo del discorso della Sontagcorre lungo binari filosofici:  “Fare pace significa dimenticare”. Perriconciliarsi bisogna che la memoria sia difettosa. Il secondo. Ilfatto che le notizie di guerra siano diffuse, non significa che siacresciuta anche la capacità di riflettere della gente lontana. E’comprensibile che le persone ad un certo punto voltino le spalle adimmagini che le fanno sentire male. Non è un difetto non esseredevastati e non soffrire quando vediamo tali immagini.

Ma le foto sono pur sempre un invito a riflettere, ad analizzare leragioni con delle domande: “Chi ha provocato ciò che l’immagine mostra?Chi ne è responsabile? E’ un atto scusabile? Si sarebbe potutoevitare…?”.

La vista sarebbe secondo i filosofi dell’antica Grecia il più nobiletra i sensi. Dunque guardare è bello, facile, si può interromperequando si vuole, che sia da lontano o che sia da vicino. Guardare restasempre e solo guardare, conclude Susan Sontag.

Alcune foto sono state in effetti un memento mori, oggetti dicontemplazione che hanno permesso di rendere più profondo il sensodella realtà. Icone laiche del reale. Per le quali – dice la Sontag - sarebbe utile avere uno spazio laico di riflessione.  Ma come leggiamonel capitolo nono, l’ultimo: “…è difficile imbattersi in uno spazioconsacrato alla serietà nella società moderna, il cui principalemodello di spazio pubblico è rappresentato dal centro commerciale”. Leemozioni nelle foto poi sono fugaci e il peso e la serietà delle fotocedono il passo. Tutta la barbarie che si vedrà, dunque, nelle fotodiventerà alla fine solo la barbarie degli uomini in quanto tali e leintenzioni del fotografi risulteranno irrilevanti.

Che le foto dell’orrore invadano pure i media e le città. Se questa è la vita degli esseri umani.

Grazie, Susan Sontag, per avere ampliato l’orizzonte legato allariflessione sulle immagini e a non averlo isolato solo a posizionirigide di pro e contro la pubblicazione, in modo da poter accogliere lemille possibilità che le foto offrono oggi ai cittadini che voglionosapere.

Ma forse, vorremmo aggiungere, che la questione tocca anche il comesi può pubblicare e come si può guardare. Pensando all’arte antica,alla sua forza di rappresentazione, ai quadri sulle morti, leuccisioni, i decollamenti, le rappresentazioni più atroci dei martiricristiani, v’era nei quadri una compassione, una compartecipazione aldolore, creata dall’artista, con la scelta dei volti, degli sguardi edei colori, persino dei tessuti. Non v’era, dunque, solo larappresentazione dell’orrore.

Se il nostro guardare foto è in qualche modo un sostituto dell’arteantica, come del resto dice anche la Sontag nel suo libro del ’73,perché non chiederci se nel fare foto e poi nel pubblicarle si tieneancora conto che si ha a che fare con il dolore degli esseri umani? Chedi fronte al dolore matura una sorta di rispetto legato appunto allapietà, un sentire antico come l’uomo.

La foto può essere esonerata da questo sentimento con una visioneassolutamente laica? Sarei per  un passo in più sulla riflessione, unpasso che va verso quell’umanesimo che non è ancora defunto sotto leceneri del commerciale. Guardare è anche dare la vita. Attraverso ilvedere noi decretiamo l’esistenza e non la morte. Se conserviamo lapietà e la coralità del sentire che è il dolore.

Ma è possibile, nel contesto odierno, per fotografi, giornalisti ecittadini conservare viva la pietà di fronte alla rappresentazionefotografica del dolore o della morte? Noi crediamo di sì, perché è unmust, cioè un dovere morale a cui non possiamo rinunciare.

Paola Pastacaldi

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Published by royalmonacoriviera - dans GIORNALISMO
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commentaires

nicolas 01/11/2011 16:48


Bonjour

En visite sur vos pages je vous propose de découvrir et commenter une création faites en rapport au sport national canadien le hockey sur glace :
http://www.nicolaslizier.com/article-creation-hockey-sur-glace-joe-thornton-86559318.html

Je vous remercie par avance et je vous souhaite une bonne continuation sur votre blog.

A bientôt

Nicolas graphiste


royalmonacoriviera 14/11/2011 16:05



un grand merci. luigi



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