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30 mars 2015 1 30 /03 /mars /2015 16:31

di Federico Cimatti

~~Martedì 31 marzo, a Torino, va in scena quella che sulla carta è una semplice amichevole. In realtà, potete scommetterci, non sarà proprio così: si sfidano due nazionali che, per mille e più motivi, sono chiamate ad affrontare la partita con la massima attenzione possibile. Allo Juventus Stadium è Italia-Inghilterra, ossia l'ennesimo capitolo di una sfida tra due mondi (calcistici, ma non solo) decisamente diversi. Provate a chiedere ad un inglese cosa pensa del calcio italiano. Difensivo e troppo legato al risultato, vi dirà. L'antitesi del calcio british, fondato sull'agonismo e su una filosofia decisamente diversa. Non è un caso, d'altronde, che pochi calciatori d'oltremanica siano riusciti a sfondare nel Belpaese: Gascoigne, genio e sregolatezza, entrò nei cuori della tifoseria laziale mentre Paul Ince conquistò la Milano nerazzurra con carisma e determinazione. Si tratta però di mosche bianche, perché tra il calcio inglese e quello italiano è difficile trovare punti d'incontro. Uno di questi è senza dubbio Gianfranco Zola, prima giocatore capace di deliziare la Londra sponda Chelsea, poi allenatore al Watford. Non stupisca, però, questa incompatibilità tra Italia e Inghilterra. Le differenze tra i due universi sono ben visibili: è diverso il modo di seguire la partita (con tutti i pro e i contro del caso), sono decisamente diversi gli impianti, è come detto completamente diversa la filosofia di gioco. Quante volte abbiamo sentito l'allenatore di una squadra inglese dire, prima di sfidare una rivale italiana, che "non sarà facile segnare, loro giocheranno per il pareggio"? Tante, forse anche troppe. D'altro canto però la cultura del risultato ha spesso dato i suoi frutti: i successi riportati da club e nazionale nostrani nell'ultimo secolo sono sotto gli occhi di tutti. Attenzione però, perché incompatibilità non significa mancanza di rispetto. Gli inglesi hanno saputo apprezzare il nostro campionato nei momenti di maggior splendore, così come hanno lodato le gesta dei nostri allenatori capaci di vincere nell'isola. Mancini, Ancelotti, Di Matteo sono i nomi di chi ha scritto pagine importanti del calcio anglosassone. Viceversa, alzi la mano chi oggi non prova un moto di invidia e di ammirazione per il campionato inglese. Stadi pieni, campi perfetti (ma con un prato inglese, si sa, nessuno potrà mai competere) e campioni in abbondanza. La speranza è che tutto questo possa essere uno stimolo per il nostro calcio, che storicamente ha ben poco da invidiare al resto del mondo. È’ confrontando le due nazionali, comunque, che emergono le maggiori differenze. Da un lato l'Italia, quattro volte campione del mondo e una volta campione d'Europa, dall'altra l'Inghilterra capace di vincere un solo Mondiale (nel 1966, a casa propria). Stili diversi, risultati decisamente diversi. Gli azzurri sono squadra storicamente temibile, capace al di là dei trionfi di raggiungere in campo internazionale svariate finali e semifinali; gli inglesi troppe volte invece non hanno rispettato le attese, raggiungendo di rado le fasi finali di una competizione. Accadde per esempio a Italia '90, quando i ragazzi di Vicini sconfissero proprio l'Inghilterra nella finale per il terzo posto; non fu comunque l’epilogo che l’Italia intera sognava. Maledetti rigori. Mondiale nostrano a parte, i precedenti ufficiali negli ultimi due decenni ci sorridono. Si comincia con Wembley '97, quando la nazionale di Cesare Maldini sulla via di Francia '98 espugna Londra per 1-0. Va a segno il già citato Gianfranco Zola, che regala alla nostra bandiera la replica della magica notte dei Leoni di Wembley (era il 1973, vincemmo con gol di Capello). Gli altri confronti ufficiali sono invece più vicini nel tempo: il primo è datato 2012, l'ultimo risale alla scorsa estate. Parliamo ovviamente del Mondiale brasiliano, cominciato alla grande dai nostri capaci di battere 2-1 l'Inghilterra. Marchisio e Balotelli ci illudono, come andrà a finire lo sappiamo bene. Tre anni fa invece vincemmo sempre noi, ai rigori però; erano i quarti di finale dell'Europeo in Polonia e Ucraina, l'Italia di Prandelli ebbe la meglio dal dischetto dopo lo 0-0 maturato in 120 minuti. A questa sfida, forse, arriva meglio l’Inghilterra di mister Roy Hodgson. L’uomo di Croydon conosce bene l’Italia calcistica: allenò la prima Inter di Massimo Moratti dal 1995 alla primavera 1997, quando rassegnò le dimissioni all’indomani della sconfitta nella finale di Coppa UEFA contro lo Schalke. In seguito il tecnico inglese ebbe l’occasione di vivere un’altra parentesi all’Inter (1999) prima di approdare all’Udinese due anni più tardi, incarico dal quale fu però sollevato a stagione in corso. L’Inghilterra sta meglio di noi, dicevamo: è probabile, di sicuro l’atmosfera in casa britannica è più distesa. Attorno alla nazionale azzurra si rincorrono polemiche, voci che vorrebbero l’addio di Antonio Conte e critiche per un gioco che stenta a decollare. L’Italia sabato in Bulgaria ha creato tanto, certo, ma il secondo pareggio consecutivo – dopo quello ottenuto a San Siro con la Croazia, non senza soffrire – lascia piuttosto perplessi. Vero è che l’Italia, comunque, è priva di alcuni suoi pezzi da novanta: basta pensare allo sfortunato Giuseppe Rossi e al recente infortunio di Marchisio per capire che la nazionale dovrebbe godere di un certo credito nei confronti della fortuna. Gli inglesi dal canto sono in un ottimo momento; primi nel proprio girone, hanno appena battuto con un comodo 4-0 la Lituania e possono godersi il primato di Danny Wellbeck nella classifica dei marcatori di queste qualificazioni europee. Proprio l’ottimo momento della nazionale inglese rende ancora più importante l’incontro per Buffon e compagni, perché riuscire a vincere potrebbe aiutare la squadra di Conte nel processo di crescita che dovrà necessariamente raggiungere l’apice tra un anno, ad Euro2016. Quando vi dicono che Italia-Inghilterra è una partita amichevole, non siatene troppo convinti. Ufficialmente non ha alcun valore, è vero, ma di una cosa siamo certi: nessuna delle due squadre sarà mai disposta a perdere facilmente.

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